Il "romanzo" di Piazza Fontana e Luigi Calabresi secondo Tullio Giordana

12. April 2012 23:00 by Admin in Cinema  //  Tags: , , , , , , , , , ,   //   Comments (0)

 

Il sapore che si ha in bocca quando si riaccendono le luci e mentre lo schermo mostra ancora i titoli di coda del film di Marco Tullio Giordana è lo stesso che rimane quando si ascolta parlare uno dei leader del Centro-Sinistra italiano in una qualsiasi delle trasmissioni televisive alle quali partecipano. Potremmo riassumerlo con una parola : istituzionale. Si badi, però: nella accezione più negativa quando si parla di difesa dell'Istituzione, al limite dell'essere reazionario. Se vogliamo, l'opera è paradigmatica e rappresenta in maniera completa quella che è la situazione in cui attualmente versa la Sinistra italiana, schiacciata tra il desiderio di ritornare ad essere forza e l'incapacità di rinunciare al piccolo angolino istituzionale che le è stato assegnato e dal quale trae, sebbene in condizione di inferiorità, quella poca linfa che le consente di sopravvivere.

Allo stesso modo, il film di Giordana fa solo rumore, si divincola, lotta e sembra sempre che possa partire da un momento all'altro. E prima che ci si possa chiedere dove il regista voglia andare a parare, si accendono le luci ed è ora di tornare a casa, con in bocca il sapore di un Bersani, di una Rosy Bindi che hanno appena detto in TV che loro stanno dalla parte dei lavoratori.

Giordana porta a casa il minimo sindacale, scimmiottando opere come La battaglia di Algeri o Un cittadino al di sopra di ogni sospetto, con un film sul quale sembra nascosto costantemente il sottotitolo "Chi me lo distribuirà?", dimenticando che siamo nel 2012 e non nel 1970 e aggiungendo così poco a tutto quanto si sa della strage di Piazza Fontana da chiedersi se davvero fosse necessario realizzarne un film. A partire dall'orrendo titolo, che con quella parola così violenta come "romanzo" non solo sembra quasi mettere le mani avanti per scusarsi dell'ardire delle teorie presentate ma finisce per risultare anche parodia delle fiction di bassa lega della TV degli ultimi anni.

Una pellicola che allude alla strage di Piazza Fontana ma che finisce per essere la commemorazione di Luigi Calabresi, seguito durante tutto il film come la cinematografia contemporanea ci ha abituati con figure come quelle di Falcone, Borsellino, sfiorando quasi Padre Pio. E' più che evidente che Giordana ha deciso che, per poter raccontare la storia di quegli anni bui, si debba salvare il soldato Calabresi, magari ottenendo il sostegno della sua famiglia per riuscire ad inserire qualche particolare riservato, qualche chicca nota a pochi, e con la massima attenzione nell'evitare di uscire dal solco istituzionale tracciato per lui ed innescare una vera discussione in materia.

Così si vede Calabresi salvare da un "pestaggio" un giornalista dell'Unità, pestaggio causato dalla precedente uccisione di un collega in una manifestazione in cui si urla "lavoro !", o si vede Calabresi che discute di libri con Pinelli. La decontestualizzazione degli eventi è così accentuata da rendere difficile il collegamento con la situazione generale alla quale si fa spesso riferimento con l'espediente della parabola di Aldo Moro. Calabresi sembra più il Cattani di Michele Placido e non un commissario della Polizia Politica, alla quale non si fa praticamente alcun accenno. Che cosa faceva la Polizia Politica guidata da Calabresi a Milano in quegli anni ? Quale era il suo compito ? Non è dato saperlo perché il film non lo spiega, né potrebbe dato il tono che si è dato.

Cosa facevano e chiedevano gli anarchici in quegli anni ? Anche questo è impossibile da sapere perché queste persone si vedono solo riunirsi in cunicoli e segrete per complottare chissà che cosa, più vicini ad al-Qaeda che ad altro. Ed il povero Pinelli ne esce più come uno zio buono, impegnato a far si che i nipotini non facciano troppo casino, non stampino volantini troppo duri, non mettano bombe dove non devono. Ma questi anarchici hanno un obiettivo politico ? Non si sa perché non ne parlano mai ed in più hanno barbe e capelli lunghi, in stridente contrasto con i capelli perfetti di quel Calabresi. Se Pinelli si fosse chiamato Mohammed, chi avrebbe potuto accorgersene ?

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