Siria sempre nel mirino. La NATO non riesce a stabilizzarla. Gli Stati Uniti approvano azione contro i curdi. La Resistenza prepara 160mila uomini

Siria sempre nel mirino. La NATO non riesce a stabilizzarla. Gli Stati Uniti approvano azione contro i curdi. La Resistenza prepara 160mila uomini

Nonostante i grandi sforzi dell’ultimo anno, la NATO non riesce in nessun modo a stabilizzare la Siria. Alcune delle sanzioni che hanno strangolato il governo siriano per anni sono state annullate, supporto quasi illimitato è stato fornito al jihadista al-Joulani ma la situazione resta sempre difficile al punto che diverse agenzie, tra cui quelle israeliane, parlano del pericolo che il dittatore jihadista siriano possa essere assassinato.

Nel video, le grandi proteste nelle diverse città siriane ed in particolare in quelle alawite.

L’eliminazione di al-Joulani renderebbe possibile di discutere di una possibile convivenza tra le diverse fazioni siriane in uno stato unitario. La sua presenza continua spingere verso la separazione, anche se si trattasse di federalismo. Dopo i curdi anche gli alawiti chiedono con insistenza l’autonomia ed il federalismo a causa della repressione delle bande di jihadisti.

In questi giorni sono esplose di nuovo le proteste per gli assassini compiuti dal regime siriano in diverse città, non solo alawite. Una recente operazione a cui ha partecipato anche l’aviazione giordana ha colpito parti della Siria nell’area di Suwayda. Sebbene sia stata descritta come una operazione anti-droga (scusa usata da sempre per giustificare operazioni militari, vedasi Trump) l’operazione ha riguardato anche una ex-base militare usata dall’ex-governo siriano e il traffico di armi è stato citato come altro fattore per l’operazione di Amman. Negli stessi giorni scontri intensi si sono verificati nell’area di Aleppo tra i turchi e jihadisti filo-turchi e i curdi dell’SDF, a cui Ankara ha mandato un messaggio diretto: smetterla di essere “uno ostacolo nella stabilizzazione della Siria”. Cioè, in sostanza, accettare l’integrazione delle aree curde nel regime jihadista, un accordo che era stato firmato qualche mese fa ma mai implementato e segnale dell’incapacità della gang NATO di stabilizzare la Siria.

La missione impossibile dei jihadisti è quella di conciliare la pressione interna delle diverse etnie con quella esterna che arriva da direzioni differenti. Si è molto discusso dell’avvicinamento del governo russo all’attuale regime siriano, con Damasco che ha ormai accettato di non poter fare a meno della presenza russa nel paese che tutti gli occidentali hanno chiesto di cancellare come base per una vera normalizzazione. La Siria non solo non mette più in discussione le basi russe nel paese ma sta addirittura estendendo le aree sotto controllo russo, riassegnando a Mosca alcune delle vecchie basi russe che erano state evacuate un anno fa. In molti hanno sfruttato questi riavvicinamento per cercare di mettere in discussione il ruolo di Mosca nella caduta del governo Assad, parlando di accordi segreti e così via.

Sono ovviamente sciocchezze che servono non tanto a screditare Mosca quanto Assad che per ora rimane sullo sfondo ma la cui figura continua ad emergere come l’unica in grado di mantenere unito il paese e pacificarlo. L’avvicinamento russo ad al-Joulani è solo tattico e serve a contrastare Israele, il cui obiettivo rimane la frammentazione del paese. Il ritorno di Mosca mettere un freno alle mire israeliane che il regime jihadista non riesce ad arginare pur essendone stato partner. Per la prima volta, per esempio, Damasco ha pubblicato una mappa del paese in cui il Golan non è parte del territorio siriano, alludendo ad una cessione ad Israele, cosa che comprensibilmente ha generato una ondata di indignazione. Il ruolo di Mosca per adesso è quindi quello di impedire a Tel Aviv di frammentare il paese e realizzare i sogni di Netanyahu.

Gli alawiti rimangono però centrali nell’azione della resistenza siriana e non è un segreto per nessuno che stiano organizzando e preparando il rovesciamento di al-Joulani, che appare non in grado di gestire il paese anche ai suoi ex-padroni israeliani mentre i turchi sono sempre più in difficoltà. Se i russi hanno adeguato la loro posizione per bloccare Tel Aviv, l’altro grande paese che opera dietro le quinte è l’Iran che non a caso rifiuta di riconoscere il regime jihadista. Pochi mesi fa l’ayatollah Khamenei aveva anticipato che ci sarebbero voluti circa 12-18 mesi ai giovani siriani per riprendersi il loro paese e siamo entrati nel periodo indicato.

Diventa centrale intanto screditare la figura di Assad per cercare di impedire all’ex-presidente siriano qualsiasi tentativo di rientro e per questo notizie sempre più fantasiose vengono distribuite sia da israeliani che occidentali, non solo su presunti accordi segreti ad esempio con Tel Aviv ma anche sulle attività di Assad a Mosca. Questo “rumore” cerca di scoraggiare i siriani dal considerare qualsiasi ruolo per Assad ma tutti sanno che invece le cose sono ben diverse. Assad non è stato salvato da Mosca per caso.

E’ di questi giorni l’ennesimo tentativo di screditare un alto generale del governo siriano attraverso un audio falso ma più vera è invece la notizia dell’infiltrazione da parte di alcune persone filo-turche, evidentemente con l’aiuto di Tel Aviv e Washington, nelle comunicazioni della resistenza siriana. I messaggi intercettati hanno destato molta preoccupazione perché si parla di informazioni allarmanti.

Ad organizzare la Resistenza siriana, oltre al già citato Maher Assad, ci sono gli ex-generali siriani Suhail Hassan (“La tigre”) e Kamal Hassan. Si parla di 168mila uomini già pronti da Aprile 2025, come avevamo riportato, ed equipaggiati con mitragliatrici, armi anti-aree e granate anti-carro. A finanziare le operazioni sarebbe Rami Makhlouf, cugino di Bashar Assad, e l’opera di reclutamento continua nelle aree alawite. Oltre a questi, i documenti parlano di circa 20 piloti dell’aviazione siriana che sarebbero pronti a rientrare nel paese. Anche questo l’abbiamo raccontato mesi fa. Questi piloti sono stati salvati anche con la collaborazione dei curdi e si sarebbero allenati in questi mesi in Russia.

Non è una sorpresa, come abbiamo riportato, che la direzione delle operazioni avvenga principalmente a Mosca dove risiedono molti ex-generali siriani, ma stia proseguendo anche in Libano e Iraq dove continuano anche le operazioni di ingresso delle armi che saranno usate dalla Resistenza. Non è quindi un caso che di recente proprio un audio falso su Suhail Hassan sia stato diffuso per cercare di screditare il generale.

Queste informazioni hanno allarmato invece anche la Turchia che sa bene che il ruolo russo è solo di facciata e che la Resistenza siriana abbia radici ben piantate a Mosca e Teheran. Per questa ragione la Turchia ha inviato un messaggio, consegnato anche di persona, all’Iran in cui veniva presentato un nuovo accordo di sicurezza come contropartita per il riconoscimento del regime siriano. Ankara ha offerto di attivare radar anti-aerei in Siria per coprire Teheran, rilevando (e quindi informando prontamente) qualsiasi attacco israeliano verso il paese. La Turchia sta cercando di accreditare il suo ruolo anti-israeliano nella regione ma nessuno crede davvero ad Erdogan ed ai suoi, noti per fare lauti affari con il regime genocida di Tel Aviv.

Gli alawiti hanno correttamente identificato gli attacchi di questi giorni e settimane come il tentativo di innescare una guerra civile interna in questo momento, quando la Resistenza non è ancora evidentemente ancora pronta. La Costa siriana non sta cadendo nella trappola che consentirebbe ai jihadisti di farsi aiutare da soggetti esterni. La Resistenza siriana non può fare l’errore che le è costato la sconfitta 1 anno fa, quando con pochissimi uomini e contro qualsiasi previsione, il governo è stato rimosso con il tradimento di pochi generali e soprattutto con il rifiuto a combattere da parte di moltissimi soldati siriani. Putin qualche mese fa ha affermato che i jihadisti allora presero Aleppo con soli 500 uomini. Chi partecipa all’operazione che riporterà il controllo della Siria in mano ai locali deve essere molto motivato questo volta.

Del resto, a diffondere la notizia che il regime di al-Joulani è prossimo alla fine non è solo la Resistenza siriana ma persino gli occidentali oltre ad Israele che non riesce ad ottenere quello che vuole, a partire dal Golan, a causa della fermissima opposizione interna dei siriani che nonostante le divisioni sono uniti nel rifiuto di piegarsi a Tel Aviv. Il Time ne ha parlato di recente, quando ha scritto

cioè che nei circoli siriani si dice che al-Joulani (qui chiamato con il nuovo nome da ex-jihadista, Sharaa) “non durerà oltre la fine dell’anno o al massimo metà 2006”.

Non a caso le tempistiche indicate dall’ayatollah Khamenei molti mesi fa.

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