Venezuela e la teoria trumpiana della Comunicazione su diversi palcoscenici

Venezuela e la teoria trumpiana della Comunicazione su diversi palcoscenici

Poche ore, prima dell’ennesimo messaggio pubblicato sui social network, i rappresentanti della Casa Bianca si sono affannati a contattare i loro omologhi iraniani avvertendoli che dovevano ignorare i contenuti dell’imminente messaggio del Presidente degli Stati Uniti perché era “per il consumo interno”. Niente definisce il concetto di “nostro bastardo” come il trattamento che i media occidentali riservano alle sciocchezze di Trump: tutti sanno che mente, che il 90% di quello che dice sono menzogne a volte ad uso politico, a volte ad uso economico e spesso persino ad uso personale, per influenzare i mercati e guadagnare direttamente da questi movimenti.

Eppure, pur sapendolo, i media occidentali continuano a dare supporto politico a Trump considerando verità e attendibili le sciocchezze che produce in serie, non solo non smentendole ma usando le sue giustificazioni per le passate affermazioni risultate appunto sciocchezze. Il messaggio all’Iran era chiaro: il Presidente dirà delle sciocchezze che non corrispondono al vero. Noi vi daremo quello che volete ma per favore lasciategli dire quelle sciocchezze così la chiudiamo. Patetico? Si. Ma non inaspettato. E’ la costante della Presidenza Trump credere che esistano diversi palcoscenici, quello occidentale in cui gli Stati Uniti devono risultare non solo superiori ma addirittura spietati e crudeli, in puro stile israeliano. E poi quella delle realtà locali, dove va bene dire e fare altre cose purché passi il messaggio di prima. Se vogliamo, è una rivisitazione del modello israeliano a livello globale.

Trump però non capisce che questa divisione non esiste più. La Comunicazione in Occidente dove si può dire dei selvaggi che sono selvaggi per poi andare dai suddetti selvaggi e dire che sono bravissimi, sperando di giocare su palcoscenici diversi in cui i selvaggi ignorano ciò che viene detto di loro in Occidente e si basano su informazione “locale” è ormai una fantasia di Trump e non solo sua e infatti pochi minuti dopo l’annuncio di nuovi accordi con l’Iran Teheran ha ripetuto ed evidenziato tutte le sciocchezze del comunicato di Trump, ripresa da tutto il mondo.

Palestina, Libano, Iran, Cuba, Ucraina… la “pazienza strategica” che aveva sempre accompagnato il Sud del Mondo ed in particolare il Medio Oriente è finita e non è più una strategia in nessun posto con l’eccezione del Venezuela che sembra invece avere adottato questa nuova – e inedita per lei – postura che non è scevra da rischi in un momento in cui viene rinnegata dagli altri.

Quello che l’Iran non vuole dare a Trump è quello che invece il governo venezuelano ha accettato di dare: vittorie mediatiche in cambio di una realtà completamente diversa. Il Venezuela ed in particolare la sua popolazione ha di fatto vinto la sua battaglia contro il potente nemico che ha accettato di fornire soldi e tutto quello che in più di 20 anni ha cercato di negare a quella popolazione senza modificare il sistema politico e sociale del paese. Dell’offerta di Trump si è già parlato: 100 miliardi di dollari per ricostruire tutto il paese, la cancellazione delle sanzioni e il reinserimento nel sistema economico mondiale, la vendita del petrolio e delle altre risorse naturali a prezzi di mercato, la stipula di accordi sulla traccia di quelli che vengono stipulati da tutti i paesi esportatori, inclusa la Russia.

Quello che gli Stati Uniti vogliono è che il paese chiuda i rapporti preferenziali con Russia e Cina e abbia rapporti preferenziali, se non addirittura esclusivi, con Washington. In poche settimane questo ha abbattuto l’inflazione, riportato i dollari a circolare in modo legale nel paese togliendone lo spaccio a gang criminali ed all’opposizione filo-USA che “vendeva” i dollari a costi impossibili e consentito al paese di acquistare legalmente i prodotti al costo di mercato in dollari invece che dover ricorrere al mercato nero. Intanto, le riluttanti aziende americane, che non vedono nessun cambiamento nel sistema politico e sono quindi scettiche, vengono costrette ad investire decine di miliardi per ricostruire il paese velocemente a partire dal sistema elettrico.

Quello che Trump chiede però in cambio è anche la pazienza strategica, cioè consentire a lui ed alle altre autorità USA di pubblicare e diffondere messaggi completamente fantasiosi sulla forza e la potenza USA, sul controllo totale del Venezuela da parte di Washington, sui soldi che gli USA fanno da questo accordo e qualche show “ad uso interno”, come chiedevano all’Iran.

Il Venezuela, praticamente anche con l’accordo su Maduro (di cui si parlerà) sembra avere accettato la sceneggiata mentre i commentatori, soprendentemente (o forse no…) anche quelli definibili “di Sinistra”, comprano le sceneggiate di Trump per i loro obiettivi politici senza scavare ed approfondire in quello che è diventato un moto insopportabile di white saviourism.

Tra le sceneggiate “ad uso interno” che Trump ha chiesto a Delcy Rodriguez c’è sicuramente l’esercitazione di evacuazione dell’ambasciata che ha portato due elicotteri USA a sorvolare indisturbati Caracas, fare una photo-op da diffondere sui social media, e tornare alle portaerei di stanza al largo del paese.

Queste immagini hanno suscitato l’indignazione prima di molti venezuelani che dei diversi commentatori occidentali che parlano ora di occupazione militare e di tradimento del governo. E’ davvero così?

Governo tra vantaggi e primi errori

Non è in discussione che i venezuelani, intesi come popolazione, abbiano ottenuto dei vantaggi evidenti da questo accordo, come indicato in precedenza. Per qualche anno le condizioni materiali di vita dei venezuelani possono solo migliorare persino se gli Stati Uniti riuscissero a restaurare il più classico neo-liberismo sudamericano. Le condizioni di vita sono molto basse e lo stipendio medio di base equivale a pochi centesimi di dollaro (aumentati dai bonus che lo superano notevolmente. Parleremo di questo doppio livello di retribuzione).

La sfida per il governo venezuelano è quella di mantenere il controllo del sistema politico, lasciando il partito socialista al comando della società, e quello sociale e in ultima analisi redistribuire alla popolazione i proventi del petrolio, del gas e delle altre attività. In ultima analisi è questo che il governo venezuelano è chiamato a fare, senza chiudere la porta ad ulteriori accordi con potenze rivali. Una volta ricostruito il paese e riportatolo ad un livello di modernizzazione decente, si aprirà la partita se mantenere l’accordo o smarcarsi, questo ovviamente se si avrà la forza di non ricadere nel neoliberismo più estremo.

E’ questo il rischio più grande e cioè che quello che è partito come un compromesso, in cui gli Stati Uniti al contrario di quello che dicono sono chiamati a grandi sforzi monetari, diventi poi sottomissione ideologica. Non c’è dubbio che nei primi anni la ricostruzione del paese porti più vantaggi alle aziende statunitensi rispetto a quanto sarebbe normale aspettarsi ma è anche vero che il Venezuela non è stato aiutato da nessuno quando ne aveva bisogno e nessuno si è presentato mai con programmi di ricostruzione del paese come ha fatto oggi Washington.

Quindi è atteso che alcuni dei provvedimenti chavisti possano essere temporaneamente ridotti o messi da parte, come compromesso per una crescita più veloce del paese. Il problema è non eccedere, non trasformare il paese da avamposto del chavismo a nuova Argentina di Milei. E non sarà facile mantenere un equilibrio, non tanto per i cambiamenti che potrebbero essere chiesti e che devono essere temporanei quando per il fatto che la pressione medicatica – soprattutto da uno come Trump – possa diventare insostenibile per la popolazione che ha combattuto per 25+ anni l’impero statunitense.

Il governo ha già fatto qualche errore, per esempio non alzando il salario di base ma solo quello accessorio, i bonus, una misura a tutto vantaggio delle aziende. Non ha accettato di rendere privatizzabili le risorse naturali venezuelane ma la nuova legge sugli idrocarburi dà alle aziende USA subito grandi vantaggi. E, per finire, si sta piegando troppo agli show che Trump chiede per poter “vendere” a casa sua, “ad uso interno”, qualcosa che non ha comprato.

Lo spettacolo degli elicotteri USA ha scatenato subito proteste e nei video di seguito si vedono piccole manifestazioni di persone che non hanno accettato non tanto il cambiamento materiale quanto quello di immagine.

Le effigi di Trump e Rubio calpestate e bruciate, la manifestazione di protesta contro l’esercitazione militare ed anche venezuelani che si sono ritrovati per tirare pietre agli elicotteri che passavano.

È chiaro che al centro di questo processo rimane la popolazione venezuelana, ancora al controllo della sua rivoluzione sebbene stanca, ed è evidente che il governo lo sa ed ha paura che i venezuelani possano alla fine non accettarlo. Si vede come il governo di Delcy Rodriguez sia preoccupato dalla reazione popolare, avendo modificato anche la sua retorica da ossequiosa come piace a Trump – incapace persino di nominare l’Iran all’indomani della guerra – fino a prendere le parti iraniane in pubblico e condannare gli attacchi di Israele al paese, la ripresa degli aiuti a Cuba sebbene non in petrolio ed altre manifestazioni pubbliche meno ossequiose e più battagliere. Anche perché, se è vero che gli USA stanno mantenendo le loro promesse iniziali ma non con la velocità auspicata e, per esempio, le sanzioni non sono ancora state annullate.

Il rischio principale però per il governo è che la popolazione possa accettare un compromesso come necessario in questo momento ma non possa assolutamente accettare che la sua rivoluzione venga umiliata e derisa dalle fanfaronate dell’Amministrazione Trump.

L’equilibrio in questo momento è fragile.

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