L’Asse della Resistenza cambia la postura da difensiva ad offensiva. Inizia dallo Yemen

L’Asse della Resistenza cambia la postura da difensiva ad offensiva. Inizia dallo Yemen

Qualche settimana fa si scriveva che i paesi che attualmente hanno un conflitto in corso contro la NATO sanno di avere vinto la guerra ma sanno anche che devono riguadagnare la deterrenza che nel frattempo è stata persa. L’Alleanza occidentale non può combattere la guerra ma non si può neanche ritirare e la sua speranza è quella, alla israeliana, di far finta di avere la situazione della sua parte conducendo attacchi sporadici e confidando in quella che spessa è stata chiamata “pazienza strategica”, la volontà dei loro nemici di accettare questo comportamento sapendo che non influisce in via generale sulla situazione e volendo evitare un conflitto aperto.

La NATO ha bisogno di guadagnare tempo, sperando che accada qualcosa, ma l’Asse della Resistenza deve rendere questo comportamento insostenibile per i suoi nemici e questo si ottiene solo infliggendo al nemico delle sconfitte strategiche ogni volta che provano a riavviare il conflitto. Solo così i paesi occidentali si fermeranno, temendo che la situazione per loro peggiori dal punto di vista strategico.

Pochi giorni dopo il post Putin è andato nelle isole Curili per la prima volta da quando è presidente della Federazione Russa, confermando che Mosca non ha alcuna intenzione di discutere l’assetto dell’arcipelago che il Giappone rivendica come suo. In questo la Russia è stata spalleggiata da Pechino che ha condannato quelli che ha chiamato “i tentativi di annullare l’esito della II Guerra Mondiale”.

È in Yemen però dove l’Asse della Resistenza ha rotto gli indugi, sebbene si stia preparando ad agire su più teatri. Il Libano e la Siria saranno i prossimi. Il confronto sarà su più fronti.

Nelle due ultime settimane gli yemeniti di Ansarullah hanno iniziato una offensiva sorprendendo i sauditi dopo che questi ultimi avevano accettato di colpirli su mandato di Washington, rompendo così la tregua che si era faticosamente raggiunta negli ultimi mesi. In poche ore, circa 18, hanno superato la resistenza dei mercenari sauditi andando verso Ovest e messo in sicurezza lo stretto di Bab el-Mandeb che già controllavano da più lontano.

Ora i paesi alleati controllano sia lo Stretto di Hormuz ad Est che lo Stretto di Bab el-Mandeb ad Ovest, bloccando di fatto l’accesso al Mar Rosso e chiudendo le due più importanti vie di comunicazione per l’esportazione del greggio e del gas naturale, isolando anche Israele che oggi si può rifornire solo sui porti del Mediterraneo.

Lo Yemen ha anche velocemente preso il controllo delle strategiche isole sullo Stretto, tra cui quella di Perim che consente la chiusura completa del Mar Rosso.

Nonostante un tentativo di risposta da parte dell’Arabia Saudita, i suoi mercenari stanno crollando su tutti i fronti aperti e gli yemeniti di Ansarullah hanno iniziato a colpire le città saudite con i loro missili balistici, attaccando principalmente le infrastrutture petrolifere saudite e mettendo fuori uso l’oleodotto Est-Ovest, l’unico modo rimasto ai sauditi per trasferire il petrolio saltando i due stretti e operando via terra.

Dopo aver completato la liberazione della costa occidentale, gli yemeniti si stanno concentrando sul governatorato di Taiz, di importanta strategica per puntare verso Aden. I rifornimenti verso Aden arrivano infatti da Taiz dove sono presenti grandi guarnigioni di tagliagole dell’ISIS. Allo stesso tempo, sono iniziate le operazioni per il controllo di Marib, ad Est.

Liberare Marib consentirebbe agli yemeniti di recuperare una provincia ricca di petrolio e poter quindi usare quest’ultimo per la popolazione e le proprie operazioni. Si tratterebbe quindi di una vittoria strategica nell’attesa di liberare tutto il paese.

È importante ricordare come una vastissima parte dello Yemen, la quasi totalità di quella controllata dal governo sponsorizzato dagli occidentali, è desertica. L’85% circa della popolazione vive nelle zone controllate da Ansarullah, ad Ovest.

Esportazioni di petrolio bloccate

Per la prima volta da 80 anni l’Arabia Saudita ha interrotto le esportazioni di petrolio. Riyad ha anche avvertito i propri clienti, principalmente europei, che né a Settembre né ad Ottobre riuscirà ad onorare le consegne di petrolio previste, di fatto lasciando a secco l’Europa e non solo.

Con lo Stretto di Hormuz bloccato la sospensione completa delle esportazioni di greggio dall’Arabia Saudita segnano un punto drammatico per le economie occidentali che a questo punto non possono che rispondere in qualche modo. Non è facile capire come.

Il Ministro Crosetto in Italia ha annunciato scorte con navi da guerra per le navi italiane ma dimentica che la Marina più potente al mondo, quella USA, è dovuta fuggire da Bab el-Mandeb e rinunciare a riaprire il Mar Rosso durante la guerra Iran-Israele-USA, seguita poco dopo da altri paesi NATO.

Le operazioni in Yemen sono parte della Resistenza

Oggi i commentatori cercano di limitare i danni provocati dall’inattesa avanzata yemenita e sottolineano come lo Yemen abbia i suoi obiettivi, al di là dell’Iran. Questo è ovviamente vero, lo Yemen ha come obiettivo principale quello di terminare l’assedio e l’embargo saudita ma le sue operazioni non sono distinte da quelle dell’Asse della Resistenza. Lo Yemen è il primo teatro in cui i paesi attaccati dalla NATO iniziano a rispondere infliggendo sconfitte strategiche agli occidentali. Non a caso si parla molto di come i missili di Ansarullah sarebbero stati guidati verso gli obiettivi in Arabia Saudita dalle informazioni condivise dalla Russia.

Lo Yemen non può oggi essere visto come separato da una coalizione che ufficialmente comprende Iran, Russia e Cina insieme con Hezbollah in Libano e la Resistenza Siriana che si è messa anch’essa in movimento come aveva previsto l’ayatollah Khamenei.

Il prossimo confronto sarà multi-teatro

La NATO è passata da essere attore attivo ad essere passiva in Medio Oriente, con l’Asse della Resistenza che ha deciso di prendere l’iniziativa. Prova ne siano gli attacchi preventivi iraniani condotti contro le forze USA nell’area, ai quali quasi sempre gli Stati Uniti non hanno risposto. Lo Yemen è il primo passo attivo che deve avviare un processo di avanzamento nei confronti della NATO.

Come sanno bene gli israeliani, che se ne stanno buoni per evitare danni, il prossimo confronto tra NATO e Asse della Resistenza non sarà limitato ad un singolo teatro, un singolo paese, cosa che avvantaggia non poco le ridotte capacità della NATO. La guerra che si avvierà se la NATO deciderà di rispondere avverrà su diversi teatri insieme. Tel Aviv sa che non solo Teheran e Sana’a ma anche Mosca, Pechino e diversi altri paesi stranno preparando questo scenario.

Le risorse dei paesi occidentali sono esaurite. Il continuo tira e molla dell’Alleanza è necessario per recuperare risorse per una piccola escalation al massimo di qualche giorno, per poi fermarsi ancora.

Non le verrà data questa possibilità.

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